In Europa nessun rischio

Un paio di mesi fa parlammo dell’esperimento (riuscito) di hacking ai danni di una Jeep Cherokee negli Stati Uniti. In seguito a questa vicenda FCA ha effettuato una procedura di richiamo sulle Jeep a rischio “pirataggio” con un’apposita modifica al programma del sistema multimediale. Dopo le Cherokee ora sono sotto recall le Renegade e, considerato il successo del modello che sta riscuotendo nel vecchio continente, il Gruppo italio-americano ha ritenuto opportuno emettere un comunicato – che doverosamente riportiamo – precisando che in Europa, e dunque anche in Italia, nessuna Jeep può considerarsi a rischio. Vediamo il perché.

FCA dichiara che le operazioni di richiamo che sta effettuando al di là dell’Atlantico sono opere di semplice prevenzione in quanto al momento non c’è alcun reale e fattivo rischio di hackeraggio nei confronti delle automobili. In Italia e in Europa invece i rischi sono praticamente zero perchè (riportiamo integralmente il virgolettato di FCA) “l’hackeraggio pubblicato su Wired Magazine versione US è stato condotto attraverso un modem cellulare integrato, una funzionalità che NON è disponibile sui veicoli venduti al di fuori degli Stati Uniti, dal momento che i mercati internazionali non offrono allo stato attuale la stessa funzione di connettività dei veicoli venduti negli Stati Uniti. Pertanto, le vetture Jeep vendute nella regione EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) non sono impattate dal tipo di attacco riportato dalla rivista. In nessun caso, FCA tollera o ritiene appropriato diffondere “istruzioni” che potrebbero incoraggiare o favorire l’accesso non autorizzato e illecito ai sistemi dei veicoli da parte di hacker”. Quindi dalle nostre parti nessun rischio, dunque nessun richiamo è necessario. I clienti Jeep ed i potenziali acquirenti possono stare tranquilli.

Ovviamente non finisce qui. Difatti la maggior parte delle case automobilistiche sono impegnate nel campo della ricerca informatica tramite i propri centri tecnologici o affidandosi al know-how di esperti del settore. Perché la “malattia” ancora non s’è diffusa, ma i “vaccini” devono essere pronti il prima possibile.

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