Dalla fabbrica di cristallo Volkswagen l’ultimo gioiello incompreso

Il 18 marzo 2016 sarà una data da ricordare per la Volkswagen. Dalla linea di produzione della cosiddetta “fabbrica trasparente” è uscito l’ultimo esemplare di Volkswagen Phaeton, l’ammiraglia dell’ “auto del popolo”.  Ma probabilmente questo evento, oltre a segnare la fine di una vettura di estrema qualità ma dalle ambizioni commerciali velleitarie, diventerà una data simbolica, non solo per il flop commerciale ma anche- se non soprattutto – perché coincide col “reinventare” la casa di Wolfsburg dopo la vicenda Dieselgate. Ponendo termine ad una malcelata supponenza.

Dunque dopo 15 anni si conclude la carriera della Phaeton. Costruita in condivisione con l’Audi A8 – ma senza il telaio Audi Space Frame in alluminio – fu introdotta sul mercato nel 2002, con la speranza di trasformare l’immagine del marchio VW negli Stati Uniti in primis e nel resto del mondo. Dotata nel tempo di motori V6, V8, W12 a benzina e V6 e V10 turbodiesel, la berlina superlusso col badge ch’era (ch’è) del Maggiolino debuttava con un prezzo di quasi 90.000 euro ma, secondo una stima della Sanford Bernstein, società specializzata in ricerca economica, ogni esemplare della ultratecnologica e ambiziosa sedan ha comportato una perdita di 28100 Euro (!).

Automotive News Europe ricorda alcuni fatti relativi a questa vettura, evidentemente troppo ambiziosa anche per le manie di grandezza dell’ex presidente Ferdinand Piech. Il nipote di Ferdinand Porsche, meritevole di tanti successi, ha inciso particolarmente in questa sfortunata (ma non isolata) storia.

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Presentata come prototipo come Concept D1 con carrozzeria hatcback, ovvero con portellone (a proposito, il posteriore vi ricorda qualche auto attuale?) presso il Salone dell’Auto di Francoforte del 1999, fu elogiata dalla concorrenza. La vettura fu poi realizzata in una più classica declinazione a tre volumi, perché secondo il deus ex machina Ferdinand le lodi espresse dai competitors erano volutamente fuorvianti. Forse non era proprio così.

Nel 2004 l’allora responsabile Audi degli Stati Uniti Axel Mees, durante una conferenza stampa, si permise di dichiarare che le scarse vendite della Phaeton forse erano da deputare alla “sottovalutazione della debolezza del marchio” da parte dei vertici di Wolfsburg: per questa critica, sincera quanto inopportuna, fu silurato all’istante. Nel 2005, l’ex amministratore delegato di VW Bernd Pischetsrieder eliminò la Phaeton dal listino americano, come elemento di lotta di potere nel gruppo tedesco contro Piech. Vinse quest’ultimo con la defenestrazione dell’A.D. 

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La fabbrica con pareti in vetro realizzata a Dredsa appositamente per la Phaeton aveva una capacità di 20.000 veicoli l’anno, con la possibilità di innalzare la produzione fino a 35.000 pezzi: in 15 anni, dalla catena di montaggio sono uscite appena 84.253 unità. Il futuro vede questo impianto trasformato in un “centro per la E-mobility”, secondo le affermazioni di Volkswagen. Che non esclude comunque la possibilità di produrre ancora auto “tradizionali”. 

Intanto l’azienda ha iniziato a progettare la Phaeton di seconda generazione, che dovrebbe essere un veicolo “dal design moderno ed emozionale, dotato di propulsore elettrico ad ampia autonomia e dei sistemi di assistenza alla guida più avanzati”, restituendo luce all’offuscata immagine del gruppo di Wolfsburg. Dovrebbe. Liquidità e buon senso permettendo.

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